Ecco il sogno a 3 dimensioni, alla Masseria, disegni, musica e testi

Giovanni Mazzi, Vanessa Zavanella e Federico Mengoni

Giovanni Mazzi, Vanessa Zavanella e Federico Mengoni

Li ha tenuti a battesimo Renzo Margonari, l’artista nonché critico d’arte che dice sempre pane al pane, arte all’arte. Proprio lui mette in risalto doti, caratteristiche e, persino, novità.
Perché “Efialtes” è la somma di un lavoro comune. Sinergia che abbraccia tre modi di esprimersi e raccontare. Dapprima colpiscono i disegni (quadri) di Giovanni Mazzi. Accompagna l’osservazione il sottofondo musicale ispirato e creato da Federico Mengoni. E poi, ma forse è proprio da qui che parte il progetto, Vanessa Zavanella: i suoi scritti, lampi di diario, raccontano di incubi. Ma sono incubi velati da un delicato desiderio di guardarsi attorno e riflettere.
Nel coreografico e antico salone del ristorante “Masseria” – piazza delle Erbe – il titolare Stefano Solci, cultore d’arte, ospita i toscani Giovanni e Federico e la mantovana Vanessa (componenti de “Il Caffè degli Zeri”) compiaciuto e soddisfatto della scelta. E c’è un traccia che conduce a ponderare accuratemente su questa operazione culturale tra realtà e sogno.
Gli scienziati ipotizzano che si dorma per un unico cruciale motivo: sognare. Per poter riposare adeguatamente il corpo e la mente, basterebbe sdraiarsi senza compiere attività nell’arco di qualche ora. Come l’arte, il sogno svolge la funzione di istruire sul quotidiano, proponendo nuove soluzioni mai sperimentate dall’Io cosciente. Ma il suo compito è anche quello di risvegliare ciò che dorme durante le ore in cui si compiono i gesti quotidiani, spingendo verso i limiti della paura e dell’assurdo.
Il sogno è espressione della individualità, ma i significati che si celano dietro i simboli costruiti nelle trame inconsce sono anche frutto della condivisione che sperimentiamo, volenti o nolenti, con tutti gli altri individui partecipi della realtà. O forse non solo: certi archetipi accomunano esseri umani vissuti a distanze impensabili rispetto a noi, sia spaziali che temporali. In questa serie di incubi scritti, dipinti e musicati dal gruppo artistico “Il Caffè degli Zeri”, si possono molto probabilmente vedere scene non poi così diverse da ciò che si è avuto modo di sperimentare in prima persona: la paura di venire tormentati da un defunto, l’ansia di mantenere fede alle promesse fatte, il sentimento di perdita, l’impressione di vivere in un mondo sempre più piccolo e fasullo, la tensione verso la morte…
In questa particolare forma di espressione, l’incubo diventa la metafora di ciò che viene troppo spesso celato dal movimento convulso e irrisolto delle faccende quotidiane, che impongono
sorrisi carichi di ipocrisia e di compiere un atto, uno qualsiasi, anche il più banale, pur di non restare inattivi e cominciare a porsi domande scomode riguardo la propria soddisfazione personale, la strutturazione della società, come vivere il rapporto con l’altro, e ce ne potrebbero essere infinite altre. Tuttavia, non ci si può lasciare invischiare nelle elucubrazioni mentali senza metterne in pratica i frutti: l’intento del collettivo è anche quello di mostrare le azioni sotto una luce nuova, depenalizzata dall’ottusità imperante che impone un agire scoordinato non solo dal mondo del pensiero, ma anche del sentimento e del gusto personale. In questi quadri giace il genio e la follia dell’umanità tradotta in simbologia mitica, “frutto delle esperienze che abbiamo fatto, quelle che sono capitate a tutti noi”. Sino al 31 marzo, tutti i giorni escluso il giovedì dalle ore 10 alle 23.

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