Che pena, vecchio Nitsch!

Hermann Nitsch non produce né ha mai tentato alcun esperimento per innovare la cognizione e il concetto dei linguaggi figurativi. Perciò nel suo caso non si può parlare di ricerca poetica.

Mostra senza qualità al Palazzo Ducale

Hermann Nitsch non produce né ha mai tentato alcun esperimento per innovare la cognizione e il concetto dei linguaggi figurativi. Perciò nel suo caso non si può parlare di ricerca poetica. La sua produzione non merita alcun rilievo. Più volte, Peter Assmann, un sostenitore, ha dichiarato alla stampa che critichiamo senza aver visto, sennò ci convertiremmo in ammiratori del genio. Lei offende, dottor Assmann. Da troppi anni vedo i ripetuti imbrattamenti di Nitsch. Ne ho visti anche troppi e con noia crescente. Mi rendo conto, anzi, che scrivendone ancora (in precedenza: Arte o non arte, questo è il dilemma, 25 gennaio, p. 19) gli regalo immeritata pubblicità, ma spero che nessun interessato all’arte contemporanea vada al Ducale fin che c’è esposta quella roba. Sul finire della primavera gli ingressi al museo registreranno un prevedibile picco di visite. Assmann dirà che è merito delle mostre sconclusionate che ha promosso, come spesso ripete, mentre è risaputo che il conteggio delle visite ai musei italiani è in crescita naturale.

Peter Assmann

Allora, non contesto la mostra la cui unica evidenza è di essere assai mediocre e il titolo, Catarsi, è ruffiano e ridicolo, ma ne contesto i fautori e l’opportunismo. È un dripping qualsiasi, colando l’acrilico dall’alto in verticale, rasente alla tela, talvolta combinando tonalità diverse, talvolta sgocciolature. Morris Louis e Sam Francis e alcuni altri fecero queste cose già prima del 1960 con modi più complessi e senza appoggiarsi a giustificazioni concettuali. In questo campo, dunque, la ricerca si è conclusa da un pezzo. Nitsch era più in parte – usando il lessico teatrale – quando utilizzava le interiora degli animali. Con quello schifo è diventato ricco e famoso spartendo con i suoi prosseneti. Il suo successo è stato fabbricato da speculatori finanziari del mercato artistico, sicché, forse, il Nitsch si è convinto di essere davvero un artista. Non accetta alcuna opposizione ideologica, ma non ne ha una che sia credibile.

Che pena, vecchio Nitsch!

Se questa fosse davvero arte contemporanea, non direi che il desso produce un pensiero scontato, pretestuoso, pretenzioso e retorico, passato, sostenuto da superficiali teorie di sproloqui pseudocritici e pseudofilosofici, come invece devo dire. Non sono nemico dell’azionismo, del performismo, dell’istallazionismo, tanto che uscendo dalla Biennale di Venezia del 1997, scrissi che vista la miseria di pittori e scultori, ritenevo giusto il premio maggiore dato alla performance della bodyartista serba Marina Abramovic.
Aveva una profonda motivazione ideologica. Con una spazzola metallica toglieva il carniccio – una metafora liberatoria – sedendo su un cumulo di femori di mucca, insanguinata, immersa in un tragico odore di morte molto simbolico. Quella performance era una testimonianza politica della bestiale guerra nei Balcani. Il messaggio era talmente chiaro che nessuno cercò spiegazioni: tutti lo accolsero.

Marina Abramovic, Balkan Baroque, 1997

Qui, per Nitsch, si programma lo sgusciare messo in atto circa l’apertura al pubblico, blindando l’inaugurazione (vivaddio, con l’assenza di tutte le autorità) aperta ai soli invitati (scelti da chi e con quale criterio?) per resistere al rifiuto morale della Città e dirottare eventuali proteste. Ciò non nasconde la mediocrità insignificante delle opere, dove risulta che il desso non ha talento né morale estetica quando fa le orge macellaie, e manca la distinzione dal già visto quando fa il pittore. È scandaloso Assmann, richiesto di rinunciare e invece lo ha imposto contro l’opinione comune nella città dei Gonzaga, fervidi collezionisti d’arte. Detto per inciso, i Gonzaga convocavano artisti giovani d’avanguardia e gran talento, mica cascami culturali. Li pagavano col proprio denaro ed erano in casa propria. Non dovevano render conto a nessuno.

Renzo Margonari

Il direttore di Palazzo Ducale, invece, è un funzionario dello Stato. Deve render conto delle proprie scelte allo Stato, dunque alla città che ne è una componente viva. Quanto alla coesistenza di contemporaneo e rinascimentale di cui vanta l’imposizione, gli suggerirei di prendere a paragone lo stesso scopo dell’ottimo programma svolto in precedenza da Filippo Trevisani con mostre di alto profilo, programma che fu molto gradito. Questo, invece, è indegno di Palazzo Ducale. C’è un’etica da rispettare, cribbio. Gli interessi economici di coloro che pilotano la nomea del desso che si avvantaggia col prestigio della sede concessa alla loro attività, non dovrebbero essere tanto evidenti. È sprezzante prepotenza affibbiare surrettiziamente ai Mantovani una presenza che non vogliono a nessun patto e non perché Nitsch è (o era) un sacerdote sadico di rituali aberranti (dice che ora – catarsi! – ama gli animali) per provocare i benpensanti, i quali se non si scandalizzano per le guerre in atto, non si scandalizzeranno mai più per nulla, ma perché è un pittore insignificante. Quanto allo scandaloso in arte ha già provveduto all’estremo Piero Manzoni con la sua merda che non ha mosso alcuna reazione negativa ed è smerciata nelle aste più seguite, esposta in vari musei. Già pornografo orgiastico, Nitsch si è trasformato in un produttivo ripetitore di tele che non suscitano alcuna meditazione o mediazione pittorica. Nitsch ha sempre prodotto queste pitture a lato dei suoi macelli: non c’è novità in questa mostra dove si configura un vuoto sconcertante di contenuti concettuali.

Non si può discutere il vuoto ma solo riempirlo con speculazioni parolaie. Del resto, anche i discorsi sul vuoto sono già stati fatti (Yves Klein, 1958). La mostra è percepita come una violenza, un’offesa alla cultura mantovana nell’interesse speculativo dell’Associazione privata e della galleria d’arte privata veronese che l’hanno imposta. In difesa, Assmann evoca la fama del desso come dimostrazione della sua importanza. Anche Erostrato di Efeso divenne famoso per aver incendiato il tempio di Artemide privando il mondo di una meraviglia. La fama di Nitsch non supera quella di Jack lo squartatore diventato famoso sbudellando prostitute. I meriti per cui l’intruso al Ducale è famoso: artificiosi scandali provocati volutamente, denunce, condanne, espulsioni, esibizioni sanguinolente, musei dedicati messi su dagli speculatori. I critici assoldati citano religione, riti ordalici barbari, teatro antico greco, Santo Graal, i Massimi Sistemi, l’Alchimia, simbologie orecchiate e indotte, non dedotte.

Dalle stanche sbrodolate del dripper non si percepisce nulla di questo senza l’aiuto dei testi, neppure fantasiosi, che le teorizzano. L’argomentare spudorato di ABO con le sue superficialità pseudofilosofiche, lo commenta inopinatamente come “nuovo Caravaggio” comparando le disgrazie subite dal Merisi (uno storico serio sa bene che non si paragonano i tempi dell’arte contemporanea con quelli della classica). Queste affermazioni, comunque, non rendono il viennese meritevole di coabitare con Mantegna, Pisanello, Giulio Romano, Rubens. Nitsch, dopo aver propugnato apocalittiche macellazioni spiaccicando frattaglie fumanti sui genitali degli officianti- assistenti e irrorandoli di sangue, ora si proclama animalista. Sicché ha rotto il filo della sua poetica e recita il contrario di quanto fatto in precedenza. È dunque incoerente. Non è più un ripper, cliente dei macelli comunali nelle città in cui espone, ma un dripper. Poiché, avendo indubbiamente guadagnato fama con le performance-spettacolo al sangue, ora si espone come amoroso allevatore di una capra (fossi quella, mi guarderei le spalle). Prima o adesso? Una delle due è falsa, o ambedue. Può esserci arte senza verità?

Le colature informali da action painter sonotardive imitazioni del già fatto, senza alcuna vera motivazione (Il Teatro della crudeltà di Antonin Artaud ha cent’anni). Quando usava le carni animali, era già in ritardo e più ancora lo è con la pittura. Non c’è arte senza ricerca, né ricerca senza novità. Paul Virilio, una massima figura della filosofia dell’arte, diceva che gli speculatori dell’arte globalizzati: Non vogliono oppositori. Credo che sbaglino profondamente perché l’arte è sempre stata tenuta viva dal dibattito tra oppositori e sostenitori. Altrimenti che arte è quella che ci si vuole smerciare? (Discorso sull’orrore dell’arte, Milano, 2002). Eccetera.

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