Manifestazioni, voto, assenza di solidarietà europea, nonostante il coronavirus

Parigi, 14 marzo 2020, Gilet gialli, #Acte70: settantesimo atto della loro protesta contro il governo Macron. Quattro i punti di ritrovo: Champs-Élysées e Trocadéro sono vietati. Nel pomeriggio, lungo il percorso gare (stazione) Montparnasse > Bercy scoppiano scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine costrette ad usare gas lacrimogeni e granate stordenti. Ci sono scooter incendiati, colonne di fumo nero. Lo smartphone immortala e riprende, fra place (piazza) d’Italie e pont (ponte) de Bercy, nei pressi della stazione Metro “Chevaleret”, sopraelevata, in boulevard Vincent Auriol. Lì, dove si trovano uffici del Ministero dell’Economia, dell’Industria e del Lavoro ed il Gruppo ospedaliero universitario della Pitié-Salpêtrière.

L’11 marzo, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa, afferma che il coronavirus (COVID-19), ora, può essere considerato pandemia. Il giorno seguente, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, parla alla nazione, a reti unificate. Il discorso e il video si trovano all’url elysee.fr/emmanuel-macron/2020/03/12/adresse-aux-francais Nell’incipit: “È la più grave emergenza sanitaria, in Francia, degli ultimi cento anni”. “Questo virus non ha il passaporto”.

Il 13 marzo, il ministro della Sanità francese, Olivier Véran firma l’ordinanza che stabilisce diverse misure per combattere la diffusione del coronavirus. All’articolo 1: “Qualsiasi riunione o attività che riunisca più di 100 persone contemporaneamente in un ambiente chiuso o aperto è vietata sul territorio metropolitano della Repubblica fino al 15 aprile 2020”.

Due dei leader dei Gilet gialli, Jérôme Rodrigues e Maxime Nicolle invitano alla “responsabilità”, ma la scelta è fatta: nessun rinvio, si scende in piazza. Al centro: la riforma delle pensioni voluta da Macron, approvata dal premier francese, Edouard Philippe, eludendo il voto dell’Assemblea nazionale.

Proprio il 14 marzo, il direttore generale della Sanità, Jérôme Salomon annuncia che la Francia ha raggiunto lo “stadio 3”: 4.500 contagiati e 91 morti. I Gilet gialli sono in corteo, e sono sicuramente più di 100. Dalla mezzanotte dello stesso giorno, come comunica, a reti unificate, il premier, Philippe, sono chiusi bar, ristoranti, discoteche, cinema, e tutti quei locali “non indispensabili” per la sopravvivenza dei cittadini.

Il 15 marzo, invece, non è sospeso il primo turno delle elezioni in 36.000 Comuni francesi. Anche a Parigi. Tre le candidate alla carica di sindaco: l’uscente, Anne Hidalgo (Partito Socialista); Rachida Dati (I Repubblicani); Agnès Buryn (La République En Marche, fondato da Macron) che sostituisce, in corsa, l’ex portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux ritiratosi dopo la diffusione di suoi video privati. Tre interessanti curricula. Chiamati a votare: almeno 45.000 francesi. Devono mantenere le distanze di sicurezza e portare da casa la matita. Astensione record ai seggi. Pienone nelle vie, piazze, giardini. Nel frattempo, si registrano 5.200 contagiati e 120 morti. Il secondo turno delle elezioni, previsto il 22 marzo, probabilmente, è da rinviare. Questo vuol dire dover indire nuove elezioni.

Dal 16 marzo, tutte le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse. Solo l’11 marzo, in conferenza stampa, la portavoce del governo francese, Sibeth Ndiaye afferma: “L’Italia ha preso misure che non hanno arginato l’epidemia”. Mentre, qualche ora più tardi, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, dice: “Siamo grati per le misure adottate in Iran, Italia e Repubblica di Corea per rallentare il virus e controllare le loro epidemie. Sappiamo che queste misure stanno mettendo a dura prova le società e le economie, proprio come hanno fatto in Cina”.

Prima del discorso alla nazione di Macron, i giornalisti, corrispondenti francesi in Italia, pubblicano un loro intervento. Uno stralcio: “Tutti noi osserviamo uno scarto incredibile tra la situazione alla quale assistiamo quotidianamente nella Penisola e la mancanza di preparazione dell’opinione pubblica francese a uno scenario, riconosciuto dalla maggioranza degli esperti scientifici, di propagazione importante, se non massiva, del coronavirus. Fuori dall’Italia non c’è più tempo da perdere”.

Macron, nel suo stesso discorso, non dimentica di citare la Banca centrale europea (BCE). Certo, parla ai francesi, dopo aver udito le parole della presidente della Bce, Christine Lagarde, nata Lallouette, in campo contro l’emergenza innescata dal coronavirus. Questa, il 1° novembre 2019, ha preso il testimone di Mario Draghi. Sull’Italia in difficoltà è chiara: “Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione della Bce, questo spetta ad altri farlo… In prima linea ora ci sono i Governi… Non voglio passare alla storia per un ‘whatever it takes’ numero due”. Le Borse affondano. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella risponde: “L’Italia dall’Europa attende solidarietà, non ostacoli”.

È l’ex presidente Bce, Draghi che pronuncia, il 26 luglio 2012, durante l’intervento alla Global Investment Conference tenutasi a Londra, davanti ad un platea di investitori e di dirigenti d’impresa: “Nell’ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto quanto è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. Whatever it takes, tutto quanto è necessario. Svolta reale nella strategia della Bce e per l’economia dell’Eurozona. Passata alla storia. C’è chi afferma che la frase della presidente, Lagarde, francese, sia stata suggerita da un membro del comitato esecutivo della Bce, Isabel Schnabel, tedesca. Chissà.

Da Francoforte a Bruxelles. Qui, il francese Thierry Breton, commissario per il mercato interno ed i servizi della Commissione europea presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, nata Albrecht riesce a sbloccare, in piena emergenza sanitaria, l’esportazione, verso l’Italia, di mascherine, tute, schermi facciali. Soddisfatto, dice: “Ho avuto intense discussioni con Germania e Francia sulle loro misure restrittive… Accolgo con favore, ora, che acconsentiranno l’esportazione di dispositivi di protezione”. Per l’uso quotidiano degli operatori sanitari e non solo. Risultato certamente “spintaneo”. Nella storia e politica dell’integrazione europea si trova l’uscita – la Brexit -, ma anche l’isolamento – dell’Italia -.

Parigi, 16 marzo 2020, alle 20, il presidente della Repubblica, Macron parla alla nazione. Lo si apprende all’url elysee.fr/emmanuel-macron/2020/03/16/adresse-aux-francais-covid19 Si annunciano “decisioni difficili”. L’agenzia di stampa Radiocor, a poche ore dall’appuntamento davanti agli schermi, dirama questo: “Macron – riferisce l’Eliseo – ha detto alla cancelliera tedesca, Angela Merkel, ai presidenti del Consiglio europeo, Charles Michel e della Commissione europea, Ursula von der Leyen che ‘va intensificato il coordinamento europeo e vanno introdotte rapidamente misure efficaci e concertate, soprattutto a riguardo alle frontiere della Ue’. Il presidente francese ha condannato “le misure unilaterali non concertate prese delle frontiere da un certo numero di Stati membri dell’Ue”. La Commissione europea anticipa che chiudere le frontiere non garantisce un ulteriore contenimento del COVID-19. La trazione francese avrà la meglio? Basterà attendere un nuovo atto.