Bar e ristoranti, la situazione sarà drammatica se non ci saranno nuove misure di sostegno

MANTOVA “In attesa di leggere le linee guida nazionali per la ripartenza, le anticipazioni finora trapelate dalla stampa parlano di condizioni che, se si dimostrassero confermate, renderebbero pressoché impossibile la riapertura dimostrandosi inaffrontabili per la tipologia delle nostre imprese”. A lanciare l’allarme Mattia Pedrazzoli, presidente di Fipe Bar, la sigla di Confcommercio che rappresenta i baristi mantovani. “Il mondo dei bar è, insieme a quello degli altri attori della filiera del turismo, quello maggiormente colpito perché legato ad un modello di consumo che è, per natura, di prossimità e vicinanza sociale. La maggior parte dei nostri clienti consuma in piedi e al banco, caratteristica difficilmente conciliabile col distanziamento, anzi, completamente in antitesi. Inoltre, il delivery, che può dare un piccolo sollievo ai colleghi ristoratori, per noi è poco praticabile perché non sostenibile economicamente. In questa fase abbiamo bisogno di concreti sostegni economici. Sostegni per una categoria che rappresenta un presidio sociale importantissimo sul territorio: il bar è innatamente luogo di relazioni, di socialità, di vitalità, di aggregazione e si ritrova in un tempo dove viene chiesto di contrarre la propria rete sociale e di evitare assembramenti. Siamo i primi a  voler ripartire, ma servono le condizioni per farlo, soprattutto per tutelare la sicurezza e la salute dei nostri clienti oltre che quella dei nostri collaboratori e la nostra”.

Moltissimi imprenditori, in questi giorni, stanno maturando l’idea di non riavviare l’attività a causa dell’inconsistenza delle misure di sostegno avviate per il comparto, ritenute ancora gravemente insufficienti, incapaci di mitigare gli effetti di un mercato completamente bloccato che lascia presagire ad una lenta, troppo lenta, ripartenza della domanda. “Gli interventi sin qui messi in campo dal Governo sono solo una piccola e parziale risposta – commenta Giampietro Ferri, presidente di Fipe Confcommercio – la liquidità non è ancora arrivata, aggrovigliata nella ragnatela della burocrazia delle istruttorie, e la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25.000 € è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese, per far fronte agli innumerevoli costi da sostenere. E proprio la burocrazia rimane anche in questa fase soffocante, basti pensare all’appesantimento patito dalle procedure degli ammortizzatori sociali che obbliga, di fatto, le imprese ad anticipare i pagamenti ai propri dipendenti. Sulle tasse, inoltre, non ci sono state cancellazioni ma solo un differimento, per di più con la beffa di dover rischiare di pagare l’occupazione di suolo pubblico, fatto salvo l’esempio virtuoso di alcuni comuni, stando forzatamente chiusi e la tassa su rifiuti “virtuali”, visto che di rifiuti non ne sono stati prodotti”.

La categoria ha predisposto un pacchetto di richieste al Governo e alla politica per mettere in campo, con urgenza, misure che consentano la sopravvivenza di questo settore. Tra le richieste avanzate, lo stanziamento di risorse vere a fondo perduto per le imprese parametrate alla perdita di fatturato, una moratoria sugli affitti per il periodo di chiusura e per il periodo di ripartenza, la cancellazione dell’imposizione fiscale come Imu, Tari, affitto suolo pubblico e altre imposte fino alla fine del periodo di crisi e sospensione pagamento delle utenze; il prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali e reintroduzione dei voucher per il pagamento del lavoro accessorio; possibilità di lavorare per asporto, come avviene in tutta Europa; concessione di spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus, per favorire il distanziamento sociale e permettere agli esercizi di lavorare; un piano di riapertura con tempi e modalità certe condiviso con gli operatori del settore, per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza.

Qualche dato. Il settore dei pubblici esercizi – bar, ristoranti, pizzerie, catene di ristorazione, catering, discoteche, pasticcerie, stabilimenti balneari – con 30 miliardi di euro di perdite è in uno stato di crisi profonda con il serio rischio di veder chiudere definitivamente 50.000 imprese e di perdere 300 mila posti di lavoro. Con 85 miliardi di fatturato prodotto e 1.200.000 occupati, quello della ristorazione, dei bar e dei locali di intrattenimento si conferma un settore trainante del turismo.