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20/9/2026

Riflessioni a voce alta sulla trentesima edizione di Festivaletteratura

Bilancio positivo e soddisfazione comune: il Festival "visto da noi" tra immagini simboliche e considerazioni sparse

Più forte di tutto, anche della pioggia. Il più longevo di tutti, in Italia. Festivaletteratura conclude la sua trentesima edizione con numeri da record: 71mila presenze totali (di cui 48mila per gli eventi a pagamento, 23mila per quelli ad ingresso libero), oltre 360 incontri e più di 300 tra autori e autrici. I numeri, però, non raccontano in modo esaustivo le sensazioni della settimana letteraria.

Il mondo del Festival vive di alcune immagini simboliche. Piazza Sordello brulicante di tendine e tendoni dove sono esposti libri, ma anche formaggi e altre specialità mantovane. Lo splendore della Biblioteca Teresiana, arricchita ancor di più dai pregiati manoscritti autografi del rodighese Ippolito Nievo. L’antica chiesa (San Cristoforo) trasformata in una magica biblioteca delle meraviglie. La Basilica di Sant’Andrea che in una giornata plumbea, in un momento di emergenza, apre le sue porte – prima volta nella storia – agli eventi della manifestazione.

Istantanee di una cinque giorni senza sosta, impossibile da riassumere in poche righe. Rimangono alcuni spunti, sparsi qua e là tra le pagine di un’edizione destinata a entrare nella storia di Mantova e del suo Festival.

MUSICA

Quale miglior biglietto di visita del Teatro Bibiena, reduce da un restauro che l’ha riportato all’antico splendore? Sul palco, il musicologo Giovanni Bietti ha celebrato la grandezza di Chopin, considerato uno dei migliori pianisti di sempre. Un’intensa lezione sospesa tra storia e musica, intervallata da alcuni dei brani più noti del compositore polacco. Tra Notturni e Mazurke, Bietti ha reso giustizia a un autore troppo spesso accusato di essere melenso e ridondante. “Al contrario – ha spiegato il relatore – lo stile di Chopin è essenziale e imprevedibile: infatti, la sua creazione era improvvisa, spontanea, sublime e prodigiosa”. Qualità che la rendono la musica più complessa e raffinata del primo Romanticismo, epoca tra l’altro segnata da una generazione d’oro di musicisti come Wagner, Schubert e Schumann.

Chopin non aveva un carattere semplice, se è vero che l’unico collega della sua epoca per il quale nutriva stiva era Vincenzo Bellini. Questo perché, negli anni della formazione a Varsavia, gli avevano fatto ascoltare le opere dei compositori italiani. Non è un caso che le partiture di molti suoi Notturni siano ricche di citazioni tratte dal melodramma italiano. Il merito fu di trasferirle nelle note di un pianoforte, costruendo così un genere musicale che entra a pieno titolo nel canone dei classici.

RICORDI

Quando un amico se ne va, chi rimane ha il compito di tenerne viva la memoria. Se poi questo amico si chiama Gianni Celati, la responsabilità è ancora più grande. A ricordare lo scrittore (scomparso nel 2022) è il fedele Ermanno Cavazzoni, anche lui scrittore e sceneggiatore. L’amicizia di una vita riassunta in un’ora di aneddoti tra il serio e il faceto, ambientati in un fitto reticolo di luoghi. A cominciare dalle osterie bolognesi, meta di tante serate in compagnia. “Avevamo l’usanza di bere un bicchiere di vodka ad inizio cena: lo consideravamo il carburante per fare i discorsi più nobili e profondi. Infatti, a fine serata, ciascuno tornava a casa con la convinzione di aver compreso il senso della vita”.

Celati era un narratore atipico, perché era interessato al “non bello”, a ciò che era trascurato dalle solite cartoline. “Mi portava – ricorda l’amico – a vedere i luoghi dove era nata sua madre, lungo il Po. Erano posti desolati e spirituali, fatti di prati erbosi, argini imponenti e idrovore vuote. Ancora adesso, quando ci torno da solo, mi sembra che l’umanità sia appena scappata”.

L’amico Gianni, a un certo punto della sua vita, aveva ottenuto una cattedra da docente all’Università di Bologna. Eppure, “una mattina si presentò a casa mia dicendomi che si era licenziato perché aveva deciso di guadagnarsi il pane onestamente”. L’umorismo amaro contro la rigidità del sistema. Cavazzoni, da abile cantastorie padano, padroneggia la lingua e sa scegliere i racconti giusti. Così, prima di scendere dal palco, condivide un ultimo fotogramma poetico: “Quando Celati è morto, gli ho scritto un biglietto in cui gli davo appuntamento da qualche parte. Gli ho detto che, quando l’avrò raggiunto, torneremo a fare convegni, finché non sbiadiremo lentamente come ombre”.

STORIA

Uno dei momenti più seguiti di questa edizione è stato il monologo di Alessandro Barbero su San Francesco. Il popolare storico medievista si è soffermato su una delle figure più rilevanti della storia europea, nell’anno in cui si celebrano gli otto secoli dalla sua morte. Camicia, gilet sulle spalle e sorriso stampato sul viso: il professore si è affidato ai suoi riti più tradizionali per affrontare la vita e l’eredità del poverello di Assisi. “Un uomo nato ricco e divenuto povero per scelta. All’inizio voleva fare l’eremita, poi si convinse a condividere il proprio stile di vita con alcuni compagni: così è nato il fenomeno del francescanesimo”.

“Va’ e ripara la mia chiesa”, queste le parole che Francesco udì nella chiesetta di San Damiano, ad Assisi. All’inizio le prese alla lettera e si mise a raccogliere le pietre per restaurare il piccolo edificio di culto. Soltanto dopo capì il valore simbolico di quella frase. Dio gli aveva affidato un incarico più alto: rimettere in piedi l’intero sistema ecclesiastico, che in quei tempi si stava allontanando dal messaggio evangelico delle origini. Perciò, Francesco prese una decisione netta, irremovibile. Non avrebbe più posseduto nulla, nemmeno un letto sul quale dormire.

Il suo è un programma rivoluzionario, tuttavia – precisa Barbero – non segue il cliché del ribelle: non critica la Chiesa, né i ricchi; si limita a dare il buon esempio, senza risultare scomodo per gli altri. Questo è il segreto del suo successo ed è ciò che gli ha impedito di fare la stessa fine dei Valdesi, perseguitati e sterminati dal Papa per essersi ribellati al potere di Roma.

Alla lunga, il messaggio originale di Francesco è stato un po’ tradito. Molti suoi successori hanno costruito case, ricevuto donazioni, rinnegato il lavoro. Ad ogni modo, il testamento spirituale del santo di Assisi continua a risuonare in tutto il mondo (nella speranza che venga ascoltato anche dai potenti).

SPORT

Girovagando per le infinite vie del Festival, può capitare di finire immersi in una conversazione sportiva. Giochisti contro risultatisti. Amanti di Sinner contro detrattori del tennista italiano. Non certo dialoghi sui massimi sistemi, ma di certo uno specchio della società attuale. Che non può fare a meno dell’adorato pallone. Come ha ricordato il giornalista Emanuele Atturo, il calcio non è soltanto uno sport, è un fatto sociale e culturale. Con lui, nel cortile di Palazzo San Sebastiano, il collega Giuseppe Pastore, apprezzato per il suo lavoro archivistico da storico delle competizioni sportive. La parola-chiave dell’incontro è “nostalgia”, il cui significato può essere ambiguo. Da un lato, essa ci fa sentire parte di una comunità: ricordare le vecchie partite, per esempio, è un modo per sentirsi meno soli. Dall’altro, può diventare pericolosa se si traduce in un atteggiamento di chiusura verso le novità. A tal proposito, Pastore ricorda che “il calcio degli anni Settanta – che pure è visto come epoca d’oro – era in realtà ricco di difetti: partite truccate, arbitraggi sospetti e pochi gol”. In altre parole, la nostalgia è positiva solo se non rimane ancorata al passato.

I due ospiti hanno criticato un certo modo di fare giornalismo sportivo, sempre più dominante in tv negli ultimi anni. “I contenuti divisivi – così Atturo – sono quelli che attirano di più, perché il litigio richiama il pubblico. Capita, dunque, di leggere articoli o di sentire dibattiti in cui si discute dell’italianità di Sinner. Quando vince è pienamente italiano, quando perde alcuni si divertono a spostare i confini e a considerarlo austriaco. Questo livello di comunicazione non è accettabile”.

Inevitabile chiosa sulla situazione della Nazionale di calcio. Entrambi gli autori ritengono che gli Azzurri siano entrati in una spirale autodistruttiva. Il ritorno di Roberto Mancini, re di quella notte a Wembley, fa sognare i tifosi. Basterà per tornare all’agognato Mondiale?

STREGHE

“Tremate, tremate, le streghe son tornate”, così gridavano le femministe negli anni delle loro rivendicazioni contro il patriarcato. Lo slogan rievoca una figura dell’immaginario collettivo che si è trascinata nel corso della storia. A tracciare un quadro iconografico delle streghe è stato Luca Scarlini, protagonista di una conferenza-spettacolo al Teatro Bibiena. L’autore ha esordito sulle note del Macbeth di Giuseppe Verdi, opera lirica tratta dall’omonima tragedia di Shakespeare. In entrambe le forme d’arte (musica e letteratura), le streghe sono rappresentate come donne vecchie, deformi e malvagie. Questa raffigurazione rispecchia chiaramente la mentalità maschilista dell’epoca, in base alla quale la donna che non si dedicava alla cura della casa e della famiglia era guardata con diffidenza.

“Si pensava che le donne non allineate alle regole prestabilite fossero state toccate da Satana. Per questo, la gente credeva che le streghe si riunissero nel sabba per ordire malefici contro altre persone”.

La stregoneria è stata a lungo perseguitata sia dai tribunali ecclesiastici che da quelli laici e ad essere colpiti da questa accusa erano anche gli eretici e gli omosessuali.

È stato necessario attendere l’inizio del secolo scorso per assistere ad una prima riabilitazione delle streghe, viste non più come creature mostruose, ma come piccole comunità di persone organizzate secondo precise regole. Lo stesso Scarlini ha raccontato di aver avuto dei contatti con una presunta strega: “Avevo nove anni e mi ero ammalato di leucemia. Mi trovavo a Siena con mia nonna, quando un giorno incontrai un’anziana – si chiamava Graziosa – che mi invitò ad uno dei loro incontri segreti. Fu così che partecipai ad alcuni riti magici, compiuti da lei e da altre donne per aiutare le compagne violentate dai mariti. Da lì ho capito che le streghe cercavano soltanto di fare del bene e di salvare le vite altrui”.

FUTURO

In una tiepida serata di settembre, nella domenica che precede l’inizio dell’anno scolastico, il sipario cala sul Festival. Molti volontari si preparano a tornare sui banchi di scuola, mentre gli ospiti salutano Mantova, città incantata che sembra scomparire alla vista di tutti dopo i cinque giorni di pienone.

È l’epilogo dell’estate, ma non della manifestazione, che è pronta a tornare per la trentunesima volta dall’8 al 12 settembre 2027. In concomitanza con la Fiera Millenaria di Gonzaga. Tra cultura e colture, qualche problema potrebbe sorgere. Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato su La nuova Cronaca di Mantova il  
20/9/2026
Francesco Raffanini
Tema di lettura
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