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17/3/2026

Se da Mantova se ne vanno anche i Frati...

Comunità incredula di fronte alla chiusura del convento dei Carmelitani Scalzi dopo novant'anni

Se ne sono andati in obbedienza, come prescritto dall’Ordine, ma con il cuore gonfio di tristezza. Dopo novant’anni il Convento dei Carmelitani Scalzi di Mantova ha chiuso i battenti, lasciando per sempre la vasta comunità dei fedeli ancora incredula, priva di un rifugio dello spirito e di una voce di conforto. Lunedì scorso i quattro frati carmelitani hanno lasciato le loro celle e hanno sceso per l’ultima volta i gradini che danno su via Giulio Romano. Gli stessi scalini di marmo che avevano salito da giovani, varcando la soglia del noviziato. Furono in centinaia, negli anni dal Dopoguerra al ’68, a scegliere la scomoda mulattiera della fede per servire Dio, lasciandosi i rumori del mondo alle spalle. Per molti di quei novizi il convento di Mantova è stata la prima tappa di studio e di preghiera.

Nel grande orto che confinava con via Bacchio (dappoi Isabella d’Este) accanto alle verzure allora c’erano alberi da frutto, un campo da bocce e una piccola stalla con una mucca per il latte e un servizievole somaro che accompagnava i frati nelle peregrinazioni della questua in campagna. Un luogo sacro e speciale, il convento di Santa Teresa, permeato di pace e di storia. Nei lunghi corridoi del chiostro si affacciano le celle che ancora oggi recano le targhe con i nomi dei Martiri di Belfiore che il 7 dicembre 1852 furono giustiziati per la loro fede nella Patria. Tra essi, tre sacerdoti e un medico.  Stesse celle. Stessi silenzi. I frati Carmelitani Scalzi di Santa Teresa, “i nostri frati” così percepiti dai fedeli nel segno di un affettuoso possesso, se ne sono andati dalla nostra città senza clamore, ma con gli occhi velati da infinita malinconia. Immaginiamo, celandosi nel saio l’amarezza di una domanda senza risposta, rivolta alle gerarchie ecclesiastiche e alla Curia: perché? Perché avete chiuso il convento e ci avete cacciato dall’oggi al domani? Ordine perentorio caduto come un macigno addosso ai frati di Santa Teresa il 25 febbraio: cinque giorni giusto per far fagotto, un preavviso di tempo inammissibile perfino per il contratto delle donne di servizio.

Ed è così che padre Rino della Santa Famiglia, da Treviso, curatore d’anime con una laurea in Medicina e una in Psicologia ha preso la strada per Venezia. Padre Leopoldo del Santissimo Sacramento, valligiano di Campitello di Fassa, la via per la casa carmelitana di Tombetta, a Verona. Padre Attilio, una laurea in Lettere e una in Sociologia, a lungo distaccato in terra d’Israele, la provinciale per Brescia, mentre Padre Fortunato, trentino di Molveno, pare abbia imboccato la via per Trento. Tutto è accaduto in fretta, troppo in fretta per lasciare un ricordo sereno nella comunità dei fedeli, una delle più affiatate e numerose nella Diocesi di Mantova. Una comunità improvvisamente orfana, sbigottita e umanamente risentita, che in poche ore si è mobilita per raccogliere migliaia di firme, invocando il miracolo. Niente da fare. Così è stato deciso. La chiesa di Santa Teresa, ha detto il vescovo Busca, resterà aperta al culto. Una volta ogni tanto passerà un prete a dir messa.

Ho chiesto a un anziano frate di poter suonare la piccola campana di Santa Teresa per l’ultima volta. Den den, den den. Una piccola campana vespertina dal suono inconfondibile, dolce e suadente, un’umile preghiera al Padre Eterno per illuminare le nostre menti e quelle dei suoi pastori, che non si dimentichino del loro gregge.

Pubblicato su La nuova Cronaca di Mantova il  
17/3/2026
Fabrizio S. Bovi