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15/2/2026

Stefano Baia Curioni: ecco la "mia" Fondazione Te

Nostra intervista esclusiva al direttore della Fondazione Te, pubblicata sull'edizione cartacea

Stefano Baia Curioni è alla direzione della Fondazione Te ormai da una decina d’anni: tra un anno o poco più scade il suo mandato e - anche se non è ancora tempo di bilanci – ha in animo di dedicare i prossimi mesi a un upgrade, diremmo oggi, del posizionamento del museo: ridefinire in qualche modo la vocazione “metaculturale” di Palazzo Te prima di lasciare ad altri il testimone. Nel corso di un incontro con i titolari di Supercard Cultura (l’abbonamento annuale che consente l’accesso libero alla villa giuliesca, musei civici e diverse strutture museali anche della provincia), ha chiesto un contributo aperto di idee e sensazioni, che ha dato anche spunti interessanti. Per la cronaca, i titolari della carta sono seimila, un terzo giovani, mantovani per la metà: un numero ragguardevole, ma come vedremo Baia Curioni si aspettava di più. Così come si aspettava di più dalla suggestiva, ipnotica installazione di Isaac Julien alle Fruttiere (la cui chiusura è stata peraltro prorogata).

A livello internazionale è stata una vetrina straordinaria per il palazzo e la città, un’iniziativa degna di un grande museo: a Milano – commenta – ci sarebbe la fila giorno e notte; Mantova invece l’ha “capita” fino a un certo punto. Anche per questo, nella testa del direttore si è fatto strada il tarlo di voler ridurre la distanza tra viale Te e il cuore, o la testa, della comunità.

Direttore, con dieci anni di lavoro in viale Te ormai alle spalle, ha deciso di aprire una fase nuova, chiedendo un contributo “dal basso” per inquadrare e ripensare ruolo e vocazione del palazzo, soprattutto nella relazione con la città. Oggi ha avuto il primo di una serie di confronti con chi, nei fatti, dimostra di avere sete di cultura e tenere all’istituzione, anche al di là della convenienza economica.

“L’obiettivo era inaugurare un più aperto dialogo con la comunità, la società civile: chiedere al territorio quali sono le questioni più urgenti, le domande reali, le istanze dell’attualità perché il settore culturale possa contribuire a dare risposte. Valorizzando il passato ma anche progettando il futuro: i mantovani parlano un giorno sì e un giorno no dei Gonzaga; a Milano nessuno parla degli Sforza. Serve una visione che guardi avanti”.

Si è parlato a lungo della tipologia di elaborazione culturale che un museo deve offrire, naturalmente in relazione al contesto. Diceva che Mantova non è Milano, ma nemmeno Verona dove le sue conferenze (l’ultima al museo di Palazzo Maffei) fanno il tutto esaurito. Palazzo Te, in ogni caso, non intende mettersi in competizione con le grandi mostre, che hanno oggi costi inavvicinabili.

“Io penso che una mostra - come il teatro, come la danza, come un ciclo di conferenze - è uno strumento di relazione che ha un’efficacia e può servire per diversi scopi, tra cui “anche” quello di attrarre turismo culturale a Mantova (non c’è niente di poco dignitoso in questo). Ci sono però delle dinamiche storiche che spesso rendono le mostre un investimento ad alto rischio, da gestire quindi in modo razionale. Oggi per muovere una sola opera servono 10mila euro (immaginatevi una collezione); assicurazioni, spedizioni e allestimenti hanno costi che, anno dopo anno, aumentano in modo esponenziale”.

Qualcuno in effetti manifesta perplessità sulla sostenibilità nel medio/lungo periodo di operazioni come la Collezione Sonnabend al Palazzo della Ragione.

“Sono certo che Marsilio [società che ne ha in capo la gestione, n.d.r.] ha fatto un piano industriale pienamente sostenibile. Indubbiamente però, come in tutte le situazioni in cui è difficile prevedere la risposta del pubblico, il rischio d’impresa c’è: fosse questo il caso, si aprirebbe un tema che, a valle, andrà a riguardare un po’ tutti noi. Personalmente sono positivo: abbiamo fatto un biglietto comune, noi promuoviamo loro e loro promuovono noi. Basta questo perché l’operazione sia sostenibile? Forse, vedremo”.

Si attendeva una risposta migliore, in termini di vendite, per la Supercard Cultura. Seimila sembrano tante, invece.

“Francamente mi aspettavo di più dalla città. La carta è oltremodo conveniente: alla fine paghi una tantum un biglietto ridotto, e per un anno puoi entrare tutte le volte che vuoi, mostre comprese. Penso agli studenti dell’Università: al primo anno regaliamo loro la Supercard, potrebbero venire qui a studiare tutti i giorni in un ambiente stimolante, adatto e accogliente… ma pochi ne approfittano”.

A proposito di giovani, com’è il rapporto di Palazzo Te con le nuove generazioni?

“Sono sempre stato molto aperto con loro, però la categoria dei giovani secondo me va anche un po’ ripensata: occorre costituire delle comunità trasversali. A suo tempo abbiamo fatto delle iniziative per i ragazzi, alcune hanno avuto successo altre meno. Intendiamoci, bisogna dare loro il senso che questa è comunque un’istituzione culturale, e quindi non si parla di farci un rave party: però ospitiamo concerti, eventi, aperitivi… Personalmente, non ho niente in contrario a che una persona balli nell’esedra, se ha voglia di ballare. L’importante è che poi tutto questo sia l’occasione non soltanto per scatenarsi fisicamente - perché per quello ci sono le discoteche, ci sono altri posti – ma anche per stimolare un pensiero”.

Un altro obiettivo che ha in valigia?

“Mi piacerebbe aumentare l’attività educativa di Palazzo Te”.

Pubblicato su La nuova Cronaca di Mantova il  
15/2/2026
Alessandro Colombo