
Una dettagliata disamina concentrata attorno alla realizzazione delle opere racconta di un cambiamento che ha fatto storcere il naso a tanti
di Raffaella Marastoni
Il processo di smantellamento del concorso di Grazie continua imperterrito. Quest’anno – in sordina, senza renderlo esplicito nel Regolamento né comunicarlo ai Madonnari non gravitanti in area mantovana – è stato steso un fondo sull’asfalto del piazzale come base su cui dipingere. Esaltato sulla stampa locale come lo stesso composto realizzato la scorsa edizione per il solo dipinto di gruppo dei Maestri, si è rivelato una mistura diversa, stesa per altro in maniera approssimativa.
Con il beneficio del dubbio, se probabilmente è vero che tale fondo non ha rovinato l’asfalto, né compromesso la realizzazione delle opere, nonostante diversi Madonnari abbiano rilevato criticità, è incontrovertibile che l’Arte Madonnara considerata (un tempo?) tradizionale e il concorso di Grazie, che quest’arte tutela, non prevedano la stesura di fondi di alcun genere. Ossia, si dipinge direttamente sul supporto grezzo – marciapiede, pavimentazione varia o asfalto che sia – con i soli gessetti e pastelli.
Testimonianze orali – la cui veridicità è da intendersi basata sulla buona fede di chi racconta – riferiscono che su pavimentazioni particolarmente ostili, i Madonnari di mestiere potevano aiutarsi con i semplici mezzi che avevano a disposizione, come sabbia o, in tempi più recenti, sostanze zuccherine; tuttavia, essi stessi consideravano questa operazione come un’eccezione dettata dalle contingenze, non la regola. Mai si è visto un Madonnaro andare in giro a stendere fondi con secchi e rulli da imbianchino. Mentre questo spettacolo deprimente si è visto a Grazie qualche giorno prima dell’inizio della manifestazione.
Ancora più importante, a Grazie il concorso è stato ideato per salvaguardare la maniera di dipingere che i Madonnari di mestiere consideravano conforme, mai smentiti in questo dai loro colleghi.
Annebbiati come siamo dalle falsità quotidiane, dobbiamo credere che il concorso sia nato sulla base di una bugia? Frastornati dal continuo bisogno di novità del nostro tempo presente, dobbiamo considerare le regole fondanti del concorso veritiere ma sorpassate? Vecchiume da modernizzare?
Mi dispiace, non è accettabile. Così come nessuno può aspettarsi che il Giro d’Italia si corra con le biciclette a pedalata assistita, nonostante l’evoluzione tecnologica lo possa permettere, allo stesso modo, non dovremmo aspettarci che il concorso di Grazie possa essere modificato di anno in anno e di innovazione in innovazione, solamente perché i mezzi tecnici, i gusti contemporanei o gli interessi economici e turistici spingono a farlo.
Il concorso di Grazie tutela la vecchia (se non antica) maniera di dipingere dei Madonnari e per questo motivo è stato inserito dal Ministero dei Beni Culturali in una lista di patrimoni culturali meritevoli di essere documentati e salvaguardati.
Forse dovremmo considerarlo una rievocazione di quella maniera di dipingere, tanto più oggi che si fa di tutto per relegarla ad un passato considerato superato, invece di renderla viva nel presente senza stravolgerne le caratteristiche.
Una piccola mostra fotografica al Museo dei Madonnari permette di rendere il discorso visivamente chiaro. Sono ritratti tre artisti partecipanti alla prima edizione del concorso: Francesco Prisciandaro, il Madonnaro vincitore con una Madonna col Bambino ispirata ad una tela di Palma il Vecchio, Giuseppe Panizza con un Sant’Antonio Abate circondato da galline e maialini e Pietro Ghizzardi con un San Francesco considerato un po’ spiritato dalla critica, ma profondamente coerente con il mondo contadino da cui l’artista proveniva.
Osservando le foto, non traspare solo la semplicità commovente di un mondo scomparso, ma diventa evidente la maniera di dipingere dei Madonnari: nessun fondo o basi liquide, niente quadrettatura, disegni a mano libera direttamente su di un asfalto ruvido e improbabile, solo pochi gessetti e carboncini, uno straccio, un cuscino. Nient’altro. Quei Madonnari hanno gettato le basi tecniche e iconografiche del concorso, quella è la maniera di dipingere che il concorso si è (era?) impegnato a tutelare, valorizzare e tramandare alle generazioni più giovani e grazie alla quale è diventato celebre.
Ora: niente rimane immutabile nel tempo, è ragionevole che la manifestazione si apra, come ha sempre fatto, ai mutamenti sociali e culturali, alla maggiore preparazione tecnica degli artisti, alla sensibilità contemporanea, agli stimoli provenienti da altri ambiti artistici. Non è ragionevole, invece, dissipare le caratteristiche specifiche di questa manifestazione, facendola diventare qualcosa di diverso.
Anche per quanto riguarda la caratteristica dell’effimero. Forse la più celebrata e la più travisata. Il fondo realizzato lo scorso anno per l’opera di gruppo dei Maestri ha consentito al dipinto di rimanere ben visibile ancora oggi, nella struttura compositiva e nei personaggi raffigurati: un anno dopo, è solo un po’ sbiadito. Ora, se rimanesse lì inalterato, non si conserverebbe certamente per secoli, ma, dopo un anno, possiamo sostenere che siamo usciti dall’ambito dell’arte effimera.
Nell’edizione appena conclusa, si è scelto di non realizzare altri dipinti sopra quest’opera che, dunque, rimane a testimonianza di un concetto alterato dell’impermanenza dell’arte madonnara, protratto nel tempo per finalità diverse, stiracchiato sino a rivestire di una patina raffinata e maggiormente accettabile obiettivi turistico-economici di altra natura.
Questa tipologia di fondo, prevista già per quest’anno sull’intero piazzale, probabilmente verrà realizzata per la prossima edizione. Verosimilmente, ciò significa che i dipinti rimarranno visibili durante tutto l’anno, in funzione di richiamo turistico e promozionale, capovolgendo il senso più singolare, inaspettato e affascinante dell’arte madonnara, quello, appunto, di uno spettacolo di strada realizzato in funzione del “qui e ora” che stiamo vivendo, non di un eterno presente. Significa anche che edizione dopo edizione si stenderanno nuovi fondi, i dipinti rimarranno distinguibili durante l’anno, e si passerà dall’effimero al quasi permanente in men che non si dica.
Al congresso dei Madonnari è, inoltre, emersa una proposta potenzialmente in grado di scardinare l’impianto del concorso: quella di trasformare la competizione dei singoli Maestri e Qualificati in una sfida tra squadre dirette da Maestri e composte da Qualificati, in cui i primi progettano e dirigono un’opera collettiva realizzata dai secondi e le squadre competono fra di loro.
Ammesso che in una sperimentazione del genere il meccanismo dei passaggi di categoria sia ancora valido, da un punto di vista pratico risulta difficile immaginare in che modo, in un lavoro di gruppo, si possa valutare il contributo del singolo ai fini della premiazione alla categoria successiva, senza al contempo privare l’artista della soddisfazione personale nella realizzazione di un’opera compiuta, meritevole di essere premiata.
L’aspetto affascinante e proficuo di questa proposta riguarda, invece, la trasmissione dell’esperienza e della conoscenza fra gli artisti, che però, a mio avviso, andrebbe perseguita al di fuori della competizione, attraverso corsi e laboratori programmati, sul modello delle botteghe d’arte medioevali e rinascimentali, in cui la trasmissione del sapere avveniva mediante l’osservazione diretta e la pratica costante. I corsi dovrebbero essere naturalmente aperti a chiunque desideri partecipare e a tutte le categorie. Le sperimentazioni generalmente proposte per la manifestazione, infatti, tendono ad escludere la categoria del concorso più bistrattata ma fondamentale: quella dei Madonnari Semplici.
Eppure, sono loro che costituiscono l’ossatura della manifestazione, la riserva di talenti, nonché il maggior numero di partecipanti. I nomi, i talenti, le storie di questi Madonnari, troppo oscurati dalla fama dei loro colleghi, andrebbero conosciuti e maggiormente valorizzati nel concorso e sulla stampa.
Per concludere, il concorso appare talmente compromesso che, forse, una possibilità per salvaguardarne il senso più autentico potrebbe derivare da una diversa proposta di Kurt Wenner.
Condivisa al momento in forma privata, spetterà eventualmente allo stesso Wenner illustrarla nel dettaglio: queste poche righe intendono portare a conoscenza un dibattito che rischia di rimanere sotterraneo e invisibile. L’idea è quella di creare una sezione, all’interno della manifestazione, di arte madonnara tradizionale, ispirata alle origini del concorso, ma soprattutto di costituire un gruppo di Madonnari che portino avanti, con impegno e convinzione, la maniera di dipingere che Grazie, sin dalle sue origini, si era impegnata a custodire e rivitalizzare. Abbiamo convenuto che non appare, oggi, un proposito facile da realizzare. A mio avviso, non dovrebbe essere nemmeno necessario, perché lo scopo dell’intero concorso è precisamente quello.
Mi aspettavo, tuttavia, che la proposta emergesse durante il congresso dei madonnari; così non è stato. Forse i tempi non sono ancora maturi.
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