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Pubblicazione del  
24/3/2026

Il racconto di Tito Righi: quando il Mantova ingaggiò il suo primo preparatore atletico

La Nuova Cronaca Magazine celebra i 115 anni di storia del Mantova Calcio con un contributo inedito

Correva l’anno di grazia 1963 quando io, dopo avere assolto agli obblighi di leva e fresco diplomato in Educazione Fisica a Roma, fui assunto in qualità di preparatore atletico dal Mantova. Il primo preparatore atletico della squadra  mantovana che giocava in Serie A, dalla stagione 1961-62. Era infatti la prima volta che l’A.C.M., Associazione Calcio Mantova, si dotava di un preparatore atletico. La causa determinante di questa nomina fu l’operazione al menisco del portiere, il faentino Attilio Santarelli, proveniente da diversi anni di militanza nel Bologna, squadra che, a quei tempi, primeggiava nella Massima Serie. Ricordo che in quell’anno il Bologna vinse il campionato italiano e Santarelli si era distinto per avere compiuto diverse prodezze, tra cui alcune parate su tiri di rigore. Nella stagione 62/63 il Bologna aveva assunto un nuovo portiere. Fu ingaggiato un mio grande amico, con cui giocavo a pallavolo: “Carburo” da Governolo, al secolo William Negri, colui che diventerà l’eroe del Prater e che aveva avuto un grosso merito nella vertiginosa scalata alla Massima Serie della squadra mantovana.

, quando dal ‘52 al ‘60, l’emiliano Edmondino Fabbri, ne prese le redini e condusse la squadra, in pochi anni, dalla 4ª Serie alla Serie A!

Ritornando al punto, nel 1963 l’allenatore del Mantova era Luigi Bonizzoni: si trovò in difficoltà quando il suo portiere titolare, Santarelli, fu operato di menisco. Bonizzoni, chiamato da tutti “il Cina”, così come l’aveva battezzato il grande Gianni Brera, ricorse allora al presidente della squadra, l’assicuratore dottor Giuseppe Nuvolari, che ovviò all’operazione … assumendo il sottoscritto che, come compito iniziale, ebbe l’incarico di rimettere il primo portiere in condizioni di recuperare al più presto dopo l’intervento operatorio.

Per inciso Brera, specialista nel trovare soprannomi ai personaggi del calcio, amico di gioventù del Bonizzoni, lo aveva battezzato appunto “il Cina” per i suoi occhi leggermente a mandorla.

Tornando al portiere titolare, mentre io cercavo di recuperarlo, lui veniva sostituito dal secondo, proveniente dal Friuli, un giovane allora poco conosciuto e poco esperto: un tale Dino Zoff!

In quell’anno la squadra del Mantova risultava così composta: Dino Zoff e Attilio Santarelli come portieri, in difesa Carlo Morganti, Karl Heinz Schnellinger, Beniamino Cancian, Ermanno Tarabbia, Aurelio Gerin, Giuseppe Corradi; al centrocampo Sergio Pini, Gustavo Giagnoni, Torbjorn Jonsson, Luigi Simoni, Carolo Volpi, Ugo Tomeazzi; attaccanti Bruno Nicolè, Ettore Recagni, Italo Mazzero, Roberto Manganotto e Sergio Pellizzaro.

La squadra presentava questo immane, grandissimo insieme di personaggi. Diversi di loro hanno fatto la storia del calcio, sia come grandi giocatori che come validi allenatori!

“IL CINA”

Nell’anno della mia entrata nel Mantova, spesso “il Cina” mi affidava la squadra per svolgere il lavoro atletico e, tra le varie pause, mi raccontava della sua esperienza con il Milan dove, agli ordini del direttore tecnico Gipo, Giuseppe Viani, vi era un preparatore atletico proveniente dagli Stati Uniti, un tale Elliot Van Zandt, diplomato in Educazione Fisica a Chicago. Spesso si dilungava raccontandomi anche della sua conoscenza, seppure non unita a massima stima, per il triestino Nereo Rocco. Rocco chiamato “Paron” gli era subentrato, o meglio, gli aveva soffiato il posto negli anni 60 come allenatore del Milan. Ai tempi dell’impiego del “Paron” presso il Padova, in occasione dell’incontro con la Juventus, “il Cina” mi raccontava come un giornalista chiuse la sua intervista a Rocco con un “Vinca il migliore” subito ribattuto, a mezza voce da Rocco, con un lapidario “Speremo de no!”  che passò alla storia. Ai tempi del Milan “el Paron” si rivolgeva al preparatore atletico con un semplice gesto con le due mani a pollice ed indice aperto davanti al petto e, in base alla grandezza del gesto, segnava l’intensità dell’allenamento richiesto!

Ritorniamo all’immenso Mantova a cui mi trovai di fronte. Se, peccando da insegnante, dovessi valutare i giocatori dalla preparazione atletica, il voto massimo con lode lo assegnerei senza alcun dubbio a Schnellinger mentre il peggiore, ancora senza alcun dubbio, a Giagnoni. “Schnell” lo si chiamava così per abbreviare, in tedesco Schnell significa veloce, fece, da giocatore, una carriera strepitosa arrivando ad essere un punto fisso nella Nazionale tedesca. Dal Mantova, passato al Milan, contribuì a vincere le più grandi competizioni (purtroppo scomparso nel maggio del 2024). Schnellinger, esemplare professionista, amante dell’Italia, vi era venuto ad abitare con la moglie e le tre figlie. In Italia resterà sino alla fine. Le persone in età non possono certamente dimenticare ciò che fece quando la Germania, in occasione dei Mondiali di calcio del 1970 in Messico, giocando contro l’Italia in una delle due semifinali perse 4-3!

BONIMBA

Questa partita di calcio venne battezzata come “la partita del secolo”: l’Italia vinceva 1-0 grazie ad un gol del nostro Boninsegna sino, a fine partita, quando, al 92’, la Germania pareggiò e fu proprio Schnell a segnare l’uno a uno provvisorio! I nostri giocatori, soprattutto i milanisti, che lo conoscevano bene in quanto compagni di squadra, lo mandano direttamente e ripetutamente a … quel paese!

Nel primo tempo supplementare segna Muller, il forte centrattacco tedesco, gli italiani accusano il colpo ma, rocambolescamente, trovano tuttavia il pareggio con il nostro terzino Burgnich, 2 a 2! Nel secondo supplementare ci porta sul 3 a 2 una delle nostre migliori punte, il forte cagliaritano Riva; i tedeschi dopo poco riescono ancora, con lo straordinario attaccante Muller, a pareggiare ma Rivera segna ancora portandoci a vincere per 4 a 3!

Roberto Boninsegna, “Bonimba” secondo Gianni Brera. In questo caso il giornalista non era stato molto amichevole nell’assegnare quel nomignolo storpiante, anzi, direi alquanto distruttivo nei confronti di Roberto. Il nome infatti ricordava un nano, il nano Bagonghi. Boninsegna diventa così Bonimba, per la sua bassa statura e le acrobazie che, secondo Brera, lo potevano assomigliare a Bagonghi. Si deve dare atto a Boninsegna di come elegantemente sia stato capace di sorvolare sull’inadatto nomignolo! Lo incontrai a Torino alla fine degli anni 70 nella hall di un albergo dove, mentre io ero con la Nazionale di atletica, lui giocando con la Juventus, credo avesse la residenza.

NICOLÈ

Giagno il nostro super “Giagno” la cui carriera da allenatore lo vide passare in diverse delle migliori squadre del massimo campionato, non fu, agli albori, un grande estimatore della parte atletica relativa al calcio ma un grande esperto delle tecniche calcistiche. Giagnoni che, da sardo qual era, amava definirsi il primo extracomunitario a giocare in Val Padana, si sarebbe poi sposato a Mantova convolando a giuste nozze con una mantovana.

Un lavoro particolare lo svolsi quando “il Cina” mi affidò Bruno Nicolè, il centrattacco. Questo simpatico giocatore, che in giovane età militava tra le migliori promesse del calcio italiano, avuto in prestito dalla Roma, era portato ad ingrassare. Nicolè assimilava totalmente tutto ciò che mangiava. I “maligni dell’epoca” dissero che con i miei allenamenti sudavamo entrambi, chi calava però ero io … mentre lui … non calava affatto!

Rientrò, in modo del tutto encomiabile, in squadra il 19 gennaio del 1964, in occasione di Fiorentina-Mantova: risultato 1 a 0 per i biancorossi. Chi aveva segnato il gol della vittoria? Bruno Nicolè! È stato un peccato che quest’atleta si sia ritirato dal calcio quando ancora non aveva trent’anni. Si era rimesso a studiare e forse, plagiato, senza volere, dal sottoscritto, divenne insegnante di educazione fisica dove, mi è stato raccontato, ebbe grande successo.

A fine anno Bonizzoni andò via e fu assunto un allenatore argentino, per il quale un preparatore atletico non rappresentava una necessità, per cui non mi fu rinnovato l’incarico. Fu per me una grande delusione in quanto avevo lavorato con passione, dedizione e volontà e ritengo anche di poter asserire con buoni risultati!

Alla fine del campionato 1964/65, la squadra arrivò ultima e retrocesse in Serie B. Nella stagione successiva la squadra viene affidata all’allenatore Giancarlo Cadè che ha il merito di ricondurla subito, dopo un anno di B, in Serie A! E così nel 66/67 io torno ad affiancare l’allenatore. Fu un’annata veramente positiva. Con il Milan pareggiammo a Milano e vincemmo in casa 1-0; con la Juventus pareggiammo sia a Torino che al “Martelli”; con l’Inter, ultima giornata di gara, mentre pareggiammo nell’andata a Milano, al ritorno vincemmo. Partita storica, quest’ultima, perché con la nostra vittoria fummo arbitri dello scudetto!

INTER

A quei tempi si assegnavano due punti alla vittoria e uno per il pareggio. Alla penultima giornata di campionato l’Inter era in testa per un punto sulla Juventus seconda. Venne a Mantova e perse 1-0! Segnò il centrattacco Beniamino Di Giacomo. Per la verità più che una sua grande impresa questo gol fu in parte una papera del portiere dell’Inter. Noi battemmo l’Inter, la Juventus vinse la sua partita e, grazie al Mantova, essendo dietro l’Inter di un solo punto, vinse anche lo scudetto.

Noi ci classificammo ottimi noni!

Fu un successo enorme … un giovane cronista mantovano, Adalberto Scemma, che allora scriveva sul Guerrin Sportivo, riportava un parallelo relativo ad una biciclettina di cui era dotato e che spesso Giancarlo Cadè usava: biciclettina con una piccola, piccola sella dove il cronista chiedeva sbigottito come facesse a sederci sopra uno con un sedere così grande! Il giovane cronista fece poi una grande carriera eda tutt’oggi egli, molto legato alla vicina Verona, può essere elencato tra i migliori laureati in “scienza della pedata”.

L’anno successivo, il 1967/68, nel Mantova, in novembre, arrivò, come promettente ala, Gino Stacchini proveniente dalla Juventus; egli ogni tanto entrava in crisi … crisi forse dovute alla presenza di Raffaella Carrà; spesso o lui andava da lei o lei veniva a trovarlo: i due erano da tempo fidanzati! Anzi lo Stacchini si vantava di fare il preparatore atletico della Carrà...

SFORTUNA

La squadra in quella stagione era in forte difficoltà a scendere in campo al completo. Se l’anno precedente eravamo stati molto fortunati, ora di contro, eravamo molto sfortunati: malattie ed infortuni costellavano il percorso di preparazione. Cadè mi dava sempre la massima fiducia ma, nonostante le buone intenzioni, non si riusciva mai a schierare la formazione migliore. Presenziava anche ad alcuni allenamenti il dottor Bruno Bedulli, il medico dello sport che da anni ricopriva con passione e competenza la carica di “dottore della squadra di calcio”.

A quei tempi, ai fini di migliorare la forza, mi ero fatto precursore di diversi esercizi con relativa introduzione dell’uso del bilanciere. Attrezzo usato per una serie di ripetizioni dei principali esercizi come, ad esempio, la semi accosciata, limitata tuttavia nel carico del bilanciere stesso, limitazione dovuta più che da necessità, dalla mancanza di pesi da caricare.

Nonostante tutto, appariva sul quotidiano locale, il 13 ottobre del 1967, una controversa lettera al direttore, nella quale si ipotizzava, quale causa degli infortuni, “particolari esercizi pericolosi” che sarebbero stati gli insoliti interventi di pesistica, oggi ormai ben noti e rappresentanti la base essenziale dell’acquisizione di forza esplosiva, uno dei mezzi allenanti più proficui per migliorare lo scatto iniziale.

Nel calcio ciò che conta sono i risultati che in quella stagione stentavano a venire: anzi non venivano affatto e la stagione 1967-68 si concluse male, così come era male iniziata e fu, per il Mantova, retrocessione.

Pubblicato su La nuova Cronaca di Mantova il  
24/3/2026
Werther Gorni