Il frutto di Bandiera

4 Ago 2023 | Cultura & Società, Occhiovolante, Tutti gli articoli | 0 commenti

Pettegolezzo estivo

Diego Rivera e Frida Kahlo -non viceversa- dipinsero spesso angurie, ma il più assiduo tra i messicani fu Rufino Tamayo che ne fece quasi un logo più volte reiterato affascinato dai colori del frutto che si appoggia a terra mettendosi comodo a maturare. Le fette zapatiste e zapoteche di Tamayo sembrano lame di coltello intrise di sangue. La storia della pittura messicana è ricca d’immagini con angurie i cui colori s’identificano con quelli della bandiera nazionale, gli stessi anche nel nostro vessillo. Storicamente, da Ruoppolo in poi, la pittura italiana precede tutti nella raffigurazione di angurie, fino a Boccioni, Soffici, Balla a Guttuso, dai futuristi ai cubisti e via seguendo fino ai neorealisti.
Certi intellettuali mantovani vantavano di aver frequentato il Gruppo ’63 o addirittura di averne fatto parte. Falso. Sfido a trovare i loro nomi nelle cronache o nelle riviste del Gruppo ’63. Era già sciolto, e incontrarono solo quei membri che gli feci conoscere al bar del Teatro Sociale e poi si andò a mangiare un’anguria a una melonaia lungo la Statale 62, ma i mantovani non vennero con noi (preciso, perché sull’argomento si sono sempre spacciate false notizie e suppongo che si continuerà). Preciso anche come nessun pittore facesse parte di quella compagine ma, per la cronaca- ciò è documentato- i figurativi ammessi alla frequentazione erano Claudio Parmeggiani, William Xerra, Beppe Landini e io per il mio “parasurrealismo”. Una notte, durante una riunione redazionale della rivista “Malebolge”, a Modena, ci fu un forte litigio causato dalla rigidità delle idee di un celebre critico letterario. Per poco non si venne alle mani, Spatola che brandiva una sedia. Poi, per stemperare l’atmosfera il critico propose saggiamente di andare nel suo studio bolognese, dove aveva iniziato a dipingere, per un parere sulle sue opere. Per strada, gli animi si sarebbero calmati. A Bologna si era appena tenuta una straordinaria mostra di vaste tele magnificamente dipinte dal grande Mattia Moreni con angurie viste allusivamente come invitanti organi sessuali femminili. Forse per conseguenza a quelle opere suggestive, anche il nostro amico critico dipingeva angurie e quando esibì i quadri, provocò l’ilarità maligna di Spatola che si produsse in una gran sceneggiata rotolandosi a terra sghignazzando abbracciato a Celli. In effetti quei quadri erano peggiori delle insegne autarchiche dei baracchini di angurie a margine delle strade di campagna. Più sensati, molti venditori invece di scarabocchiare una insegna con l’anguria si limitano a esporre la bandiera italiana. Una metafora.

Cesare Zavattini raffigurava spesso figure intente a mangiare angurie. Ricevevo immaginette sulle cartoline olografe che mi mandava quando non ero a Roma, con richiami e rimproveri, concludendo “ne riparleremo a Luzzara quando andremo a mangiare un cocomero”. Le ho ancora. Le persone colte preferiscono dire “cocomero” invece che “anguria”, o peggio ancora in dialetto, “lingùria” oppure “cocùmar”. È un frutto popolare, generoso, è spettacolare e povero, si taglia a tocchi, a fette verticali, orizzontali, a mezzo, ma molti preferiscono sezionare la polpa in cuspidi o fette triangolari. Qualche volta Za. preferiva mangiarla intera vuotandola con il cucchiaio. Una volta, dopo una mezza anguria a testa, estrasse un cartone con un Mangiatore di angurie, autoritratto e prevenendo i miei dubbi sulle sue capacità pittoriche, mai sottaciuti, sbottò con aria provocatoria: “Essendo certo che io, indubbiamente, sono un pittore, che ne pensi di questo quadro? È un bel quadro, no?”. “Non mi pare”. “Ma la testa?” “Come al solito”. “Ma l’anguria?” “Peggio della testa”.
Mi guardò di traverso e non mi rivolse più la parola per tutta la serata. Su richiesta di Za. avevo invitato Giuseppe Gorni (di quella sera ho una foto che ritrae noi tre mangiando angurie).

Giovanni Segantini, Natura morta con anguria, 1879 c.a.

Gorni scrutava silenziosamente il cuore della sua mezza anguria e mi sussurrò, appena udibile. “T’ghè rason”. Anche le pitture di angurie di Za. somigliano alle insegne degli spacci di libera vendita contadina ma ero il solo a dirglielo, proprio perché non mi stimava capace di giudicare obiettivamente le sue capacità pittoriche. Infatti, aveva riscosso lusinghiere approvazioni di importanti critici e mercanti d’arte come Renato Barilli e Carlo Cardazzo.

Rufino Tamayo, Sandìas, 1926

Nel 1968, Piero Gilardi, tra i più famosi esponenti dell’Arte Povera, mi fece recapitare tramite il fratello Silvano (Abacuc), sotto lo sguardo incuriosito di Giulio Carlo Argan, un suo “tappeto natura” scolpito nel morbido poliuretano espanso, perfetto inganno ottico di un’anguria squarciata a terra tra le sue foglie. Il regalo, dedicato, era per simpatia alla mia milizia di manifestante contro la guerra in Vietnam (ci eravamo incontrati per caso in un corteo, a Parigi, nel 1968). Alla Biennale di San Marino, dove fui premiato come critico, Argan inorridì quando vide che l’opera di Gilardi era un’anguria con la livrea a pois. Piero l’aveva fatta in omaggio alla mia scelta surrealista. Era un pezzo magnifico. Brontolò che Gilardi aveva già cominciato a deviare e “questo è surrealismo, non poverismo”. Avrei voluto replicare che il surrealismo –che lui odiava- poteva confondersi con qualunque avanguardia e influenzarne gli sviluppi futuri, com’è avvenuto puntualmente, e che non aveva capito l’opera essendo privo di senso dell’umorismo, ma non me la sentivo di discutere con sua eminenza e mi limitai a dire: “Però è bellissimo”. Replicò, con malcelata irritazione, che “bello” e “brutto” non erano più categorie spendibili nella critica d’arte.

In un film di Martin Scorsese, uno dei suoi interminabili racconti di mafia, The Irishman, c’è una sequenza in cui si vuota una bottiglia di whisky conficcandone a forza il collo dentro un’anguria. Non mi risulta che qualche critico abbia notato che si tratta di uno stupro che simboleggia l’unione forzata tra malavita irlandese e mafia italiana. Immettere dell’alcol nella polpa di un’anguria è davvero un atto criminoso, un adulterio. C’è poca intuizione nella critica cinematografica. L’anguria è un cibo sano, pieno di salutari virtù organolettiche, giova al cuore. Per crescere bene ha bisogno di molto sole e molta acqua, due elementi che sul nostro territorio, si manifestano con abbondanza (ultimamente, anche troppo). L’anguria (al femminile, e non dico “cocomero” al maschile) è bellissima e ispira grandi artisti e poeti. Prima di affettare un’anguria in Messico dicono “Veamos si puedes poner una cara en esta sandìa” (Vediamo se possiamo dare un sorriso a questa anguria).

Renzo Margonari
renzo@renzomargonari.it

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