Nabucco da ripensare, nonostante tutto

4 Ago 2023 | Cultura & Società, Palcoscenico, Tutti gli articoli | 0 commenti

Arena: Coro e due grandi cantanti non bastano

Il Coro dell’Arena di Verona e due grandi cantanti, il soprano Anna Pirozzi e il baritono Amartuvshin Enkhbat hanno tenuto alto il livello artistico del Nabucco di Giuseppe Verdi nella seconda rappresentazione dell’opera andata in scena venerdì 28 luglio.
Nell’anno del 100° Arena Opera Festival, Nabucco, uno dei melodrammi più amati e rappresentati a Verona, non poteva mancare, come non poteva mancare il doveroso omaggio a Gianfranco de Bosio, regista di tanti spettacoli areniani e ex Sovrintendente dell’allora Ente Lirico, recentemente scomparso. Di lui viene riproposto l’allestimento di Nabucco prodotto più di trenta anni fa, on le scene di Rinaldo Olivieri. Purtroppo la vetustà della regia mette a nudo difetti oggi difficilmente giustificabili, quali, ad esempio, la genericità della caratterizzazione dei personaggi o ben tre cambi di scena, all’interno del rispettivo atto, di una lentezza esasperante (buio sul palcoscenico!) non imputabile agli addetti ai lavori.

Ci si metteva pure il direttore d’orchestra, Alvise Casellati, lanciato talora in tempi velocissimi, che orchestra e palcoscenico faticavano a seguire e di poco superiore ad un modesto routinier. Pazienza se lo Zaccaria del basso Alexander Vinogradov, pur dignitoso e autorevole nel portamento, ostentava un timbro piuttosto gutturale, oltre che un sensibile vibrato; se poi appariva piuttosto scialba la Fenena del soprano Josè Maria Lo Monaco, suppliva la voce ben impostata benché piuttosto secca in zona acuta del tenore Matteo Mazzaro, che dava corpo ad un Ismaele dal portamento eroico. Risultavano soddisfacenti i tre ruoli minori del Gran Sacerdote di Belo, di Abdallo e di Anna, ricoperti rispettivamente da Gianfranco Montresor, da Riccardo Rados e da Elena Borin.

Ma era il formidabile Coro dell’Arena, preparato da Roberto Gabbiani, a sostenere con robusta efficacia i moltissimi interventi che Verdi gli affida dall’inizio alla fine: accolto con grandi applausi l’“Immenso Ieovha” a cappella, che scatenò il pubblico della Scala alla prima del 9 marzo 1842; quanto al “Va’ pensiero” secondo tradizione è stato bissato!
Anna Pirozzi ha riportato in Arena uno dei suoi cavalli di battaglia: Abigaille. Un paio di anni fa, sempre in Arena, ricoprì quel ruolo per la centesima volta, con quella padronanza della scena e quella vocalità di soprano drammatico di coloratura che la fa essere una delle artiste più interessanti e importanti di questi ultimi anni. L’abbiamo ritrovata tale quale l’avevamo lasciata: brava, al culmine della maturità artistica, ancora dotata di una voce estesa in grado di superare le enormi difficoltà del ruolo e di proiettarsi, piena e sicura, nel vasto spazio dell’Arena.

Amartuvshin Enkhbat è il baritono del momento, data la sua ancor giovane età – 37 anni – e la rapidità con cui, dopo molte vittorie in concorsi nazionali mongoli e internazionali, ha costruito una carriera di altissimo livello.
Ha una voce morbida e duttile, ben timbrata, che ha impiegato ottimamente per tratteggiare la complessa figura di Nabucco, sprezzante Re ma anche padre infelice all’inizio, vittima demente poi, infine convertito al “Dio di Giuda” e Re ispirato da nobili sentimenti di umanità. Perfetta la dizione italiana, totale la comprensione della parola cantata; se guidato da una buona regia, che nel caso nostro mancava, sa essere anche un validissimo attore.
Arena colma di pubblico. Successo caloroso.

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